"La ricerca che faccio parte dal materiale, come già portatore di forma, per me ci sono solo pietre più o meno espressive, e gli esiti non possono essere previsti, l’idea è uno spunto, una partenza da cui iniziare il confronto e il lavoro. L’idea progettuale è solo la prima domanda di un lungo dialogo"
Mattia Bosco

Biografia

Figlio d’arte, dapprima si dedica a corsi di studio umanistici per poi concentrarsi a tempo pieno sulla produzione artistica, scegliendo la scultura come espressione privilegiata della sua poetica. Per i suoi lavori sceglie sempre materiali di scarto, frammenti di pietra e marmo rinvenuti casualmente e non blocchi di cava appositamente estratti, frammenti di legno trovati in natura, ecc. Il percorso già vissuto dalla materia prima, che può essere quindi erosa degli elementi naturali, danneggiata casualmente, o essersi distaccata dalla sua matrice di origine in modo anomalo, viene utilizzato e valorizzato nella sua forma d’arte: si appropria quindi dell’elemento e della sua storia, interagendo e intervenendo su di esso.

Inizia la carriera artistica nel 2005, partecipando alla prima collettiva Art of Italian Design, presso il Megaron Plus Museum di Atene. Nel 2007 conferma il suo talento vincendo il primo premio del concorso La Pietra e la Musa Agreste, con l’opera intitolata "Il Mio Giogo È Soave E Il Suo Carico Leggero" parafrasando Sant’Agostino (Disc. 70, Mt 11, 28-30), che viene poi destinata allo spazio pubblico della città di Domodossola. Lo stesso anno lo vede protagonista di due personali, Il tempio è di chi lo abita, Crocifissione, Chiesa di S. Stefano a Milano e Le vene del mondo in Via Dante-Largo Cairoli a Milano e in Campo Santo Stefano a Venezia. 

Nel 2009 contribuisce a Sculture nella città, promossa dalla Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente di Milano e in seguito vola oltreoceano per Anzitempo, collettiva presso il Wynwood Arts District di Miami. Nel 2012 si classifica, ex-aequo con Alex Bombardieri,  al secondo posto del Premio Fondazione Henraux, alla sua prima edizione, con l’opera Blue Tractor. Rimanendo in area toscana, partecipa alla collettiva Liberi tutti!, presso i Cantieri Culturali ex Macelli di Prato. È protagonista di un solo show, Quali cose siamo, alla Triennale del Design Museum di Milano, edizione 2013. Tra il 2014 e il 2015 entra a far parte del programma Database – 6×9=3, con sede a Carrara e dintorni, che ogni anno si propone di invitare in residenza tre artisti per la creazione di opere inedite site specific; Mattia Bosco partecipa insieme a Ludovica Carbotta e Sergio Breviario. Per l’occasione produce una sorta di colonna quadrata formata da pezzi di scarto provenienti dalle cave di Carrara e di Seravezza, che sarà presentata in occasione della mostra Panta Rei. Tutto si trasforma. 

Nel 2015 esibisce l’installazione Fiori violenti: fototropismo verso la forma, lavorando sul legno, negli spazi del nuovo centro per l’arte contemporanea, esperimento di rivitalizzazione edilizia di una vecchia tipografia di fine Ottocento ad Arzignano (VI). Nella stessa sede presenta un’opera destinata a rimanervi in forma permanente, in marmo. Ancora nel 2015 il Museo diocesano di Milano gli dedica una retrospettiva, Come cera per le api, con opere di materiali diversi, atte a mostrare la trasversalità del suo modo di lavorare. Inoltre sarà presente ad Art Basel, con un progetto realizzato a quattro mani con Aaron Mirza, vincitore del Leone d’Argento alla 54a Biennale di Venezia.


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